nottenera

26  05 2008

G. Orwell, Una boccata d’aria

George Orwell,

Una boccata d’aria,

Londra, 1939

George Bowling, assicuratore, quarantacinque anni, moglie, due figli e una casa da pagare a rate in un sobborgo di Londra, ha un giorno di festa dal lavoro per andare a ritirare la dentiera nuova. La prima.

È il 1938 e in Inghilterra si comincia a respirare l’odore di una guerra imminente e inevitabile.

George Bowling sa cosa vuol dire la guerra, ne ha passata già una, fortunatamente quasi indenne, dimenticato dalla burocrazia militare in un luogo sperduto della Cornovaglia.

Gorge Bowling non è un tipo particolarmente riflessivo, ma quel giorno di libertà e l’atmosfera che si respira in città, di sospensione, di minaccia incombente, di irrazionale incoscienza, lo portano a riflettere.

Gli anni, dall’adolescenza in poi, dalla fine della scuola e della guerra, sono filati lisci, uno dietro l’altro, con relativa facilità. E con un po’ d’intraprendenza è anche riuscito a costruirsi una posizione tranquilla, migliore di quella dei suoi genitori: un lavoro come assicuratore, il matrimonio, la casa, i figli.

Senza particolari gioie né scossoni si è costruito una vita grigia e ‘in schiera’, come le tristi casette che le persone come lui si comprano con mutui ventennali nei sobborghi della city: si esce di casa presto, ci si occupa degli affari, si torna a casa giusto in tempo per sentire le lamentele di una moglie ingrigita sui rincari delle bollette, sulla difficoltà di risparmiare qualche soldo, per non finire all’ospizio.

Non ci mette molto Gorge Bowling a ripercorrere a ritroso i suoi ultimi venticinque anni. Senza rimpianti.

Ma l’atmosfera di guerra imminente (ma sarà veramente la guerra o è la vita che si fa tutti i giorni) inceppa il meccanismo della memoria proprio là dove si scorgono tracce di una vita vissuta, tracce dimenticate per anni, ma capaci di ritornare, all’occorrenza, vivide nel ricordo.

Lower Binfield, il luogo della sua infanzia, piccolo paese contadino, abbandonato senza guardarsi indietro, senza ritornare, che però a un tratto diventa luogo d’elezione di un’esistenza che ha dimenticato di essere presente a se stessa.

Non è niente di particolare, Lower Binfield, ma lì George Bowling scopre di avere dei ricordi: i primi libri, i primi amori e la scoperta di una passione lasciata andare, come tutto il resto, mai più coltivata, quella per la pesca.

È così, tra il dentista e la metro che lo riporta a casa, con la sua dentiera nuova fiammante in bocca, George Bowling decide di ritornare nei luoghi di quel passato rimasto irrisolto, prima che sia troppo tardi, prima che la guerra riporti tutto nel caos.

Ma indietro non si può tornare, questo Bowling in fondo lo sa già fin troppo bene: anche Lower Binfield non è più la stessa, le fabbriche l’hanno cambiata, e il grigiume di una società affollata e brulicante, ma muta di voci, volti, esperienze, incontri.

Non c’è più tempo, non è più tempo, neanche per pescare, perché l’acqua del Tamigi è diventata torbida e le sue rive troppo affollate, e quel laghetto nascosto dove i pesci erano enormi è stato prosciugato, è diventato una discarica abusiva.

Non resta che tornare a casa con un leggero senso di fastidio, chiedendosi il perché di quel colpo di testa, di quella stupida speranza di recuperare qualcosa, preparandosi delle buone scuse che non reggeranno e procurandosi un buon calmante in attesa che tutto ritorni alla normalità, che tutto ricominci a filare liscio come sempre.

Apparentemente libro sull’atmosfera che si respirava in Inghilterra alla vigilia della seconda guerra mondiale, Una boccata d’aria è in realtà qualcosa di più. La minaccia che incombe sul mondo grigio e afono di George Bowling (che lui stesso identifica come tale) non è quella della guerra se non all’apparenza, ma quella di un ottundimento quasi ipnotico di esistenza rinchiuse nel grigiume dei sobborghi, fatte di piccole miserie quotidiane e di gioie ridotte a ricordi avvizziti, che si trascinano dietro un senso di morte che la minaccia bellica rende più palpabile nello scenario quotidiano di esistenze per cui ogni ribellione è inconcepibile, e dove anche la fuga, temporanea, si rivela una puerile illusione.

George Bowling guarda con lucidità alla realtà fenomenica di questo mondo, che è il suo, con relativo e cinico distacco (gli impiegati, gli attivisti politici), alla stesso modo con cui guarda alla sua vita, a sua moglie, ai suoi figli, e quello che vede tutto sommato non gli piace un granché, ma non sembrano esserci via d’uscita, se non la possibilità, per un attimo, di concedersi una boccata d’aria.

Ma l’aria è irrespirabile e non resta che tornare là da dove si è venuti, in attesa che quello che deve accadere accada, che sia lo scoppio di un’altra guerra, con le sue bombe e i suoi orrori, o il trascorrere inerte di un’esistenza già fantasma di se stessa, scandita da cortili tutti uguali “dove non crescerà mai niente” acquistati a rate, per vent’anni.

È la rassegnazione quasi animalesca con cui gli uomini hanno accettato le atrocità dell’ultima guerra mondiale, la stessa con la quale continuano ad accettare, fatalità in attesa (speranza) dell’apocalisse, un totalitarismo che non ha icone ma che, nell’apparente silenzio della quotidianità, continua a mietere i suoi servi.

Letto tra autobus e metrò, in un agosto temperato dal vento e da qualche temporale.

Un agosto di lavoro, senza mare, lontana dal sole.

17 agosto 2007

venerdì


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